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Pd, la “ditta” verso il ritorno? D’Alema: “Il partito è guarito dalla malattia del renzismo”. Insorgono gli ex renziani rimasti tra i dem

Il Pd sta per tornare a essere la “ditta“. O forse, semplicemente, è la “ditta” che sta per tornare nel Pd. Non lo ha detto proprio così, dritto per dritto, ma è questo il senso dell’intervento di Massimo D’Alema durante il brindisi di fine anno via Zoom di Articolo Uno. Un intervento che sta provocando un vero e proprio terremoto quello dell’ex leader dei Ds. D’Alema, infatti, ha definito il percorso di confronto delle Agorà organizzate da Enrico Letta “il modo migliore per arrivare ad una ricomposizione che appare necessaria” fra i dem e Articolo Uno, di cui fanno parte i “fuoriusciti” dal Pd quando a guidarlo c’era Matteo Renzi. All’epoca, oltre a D’Alema, uscirono anche Pier Luigi Bersani e Roberto Speranza.

Alla stagione del Nazareno, quando i dem erano guidati dall’ex sindaco di Firenze, D’Alema ha riservato parole durissime: “La principale ragione per andarcene era una malattia terribile che è guarita da sola, ma che c’era”. Parole che hanno provocato la reazione diretta di Renzi. “D’Alema mi ha sempre fatto la guerra da dentro e da fuori. Quando ho guidato il Pd abbiamo preso il 40 per cento, governato 17 regioni su 20 e scritto pagine importanti sui diritti, per abbassare le tasse, sul lavoro e sull’impresa con Industria 4.0. Con noi la classe operaia ha ricevuto più soldi, non solo con gli 80 euro. Per uno come D’Alema tutto ciò è una malattia. La ricetta del dottor D’Alema, chiamiamolo così, è avere il 20 per cento, stare all’opposizione in larga parte delle Regioni, fare convegni sui diritti senza approvare alcuna riforma, fare scioperi sul lavoro e scommettere su sussidi di cittadinanza. Sono due visioni opposte della vita e della politica. Se i Dem di oggi pensano che il renzismo sia la malattia e D’Alema sia la cura sono contento per loro e faccio molti fervidi auguri. È il motivo per cui non sono più nel Pd: io credo nel riformismo, loro nel dalemismo”, ha detto il leader d’Italia viva intervistato dal Messaggero.

Ma i virgolettati di D’Alema hanno avuto un sorta effetto sismico sull’interno Partito democratico, provocando reazioni stizzite anche tra renziani ed ex renziani. “D’Alema rientra nel Pd e parla di malattie? Lui è un esperto, avendone vissute e provocate molte fin dai tempi del Pci-Pds. Il Pd deve essere più ambizioso. La legislatura volge al termine. Ci sono le condizioni per un congresso costituente, dopo l’elezione del capo dello Stato? Io penso di sì”, dice Andrea Marcucci, già capogruppo dem a Palazzo Madama. “Ripensare il partito, modificare gli assetti organizzativi rendendoli più agili – continua -, rileggere e attualizzare il discorso del Lingotto, allargare il perimetro a una nuova classe dirigente moderata e riformista, impedire ritorni al passato. Sono tutti obiettivi che un grande partito può e deve darsi, al di là del ritorno più o meno gradito di uno sparuto gruppo di dirigenti”. “Caro D’Alema, la malattia del Pd è stata causata dalla difesa ad oltranza della ‘ditta’, anche quando sarebbe stato più saggio andare in mare aperto”, dice il senatore dem Dario Stefàno, presidente della commissione Politiche europee a Palazzo Madama.

Pure Filippo Sensi, che fu portavoce di Renzi a Palazzo Chigi, attacca D’Alema: “Trovo davvero offensivo e sbagliato definire gli avversari politici come malattie. Di una persona, di un gruppo dirigente, di una stagione e di una comunità non direi mai malattia”, ha scritto l’attuale deputato dem. Duro anche il presidente di Iv, Ettore Rosato: “D’Alema annuncia che intende rientrare nel Pd ormai guarito dalla malattia. Tra questo rientro e l’alleanza strategica con Conte, Bonafede e Toninelli sono contento che il nostro futuro sia altrove”.

Al brindisi di Articolo Uno, durante il quale D’Alema ha attaccato il renzismo, hanno partecipato anche Bersani e il ministro della Salute Speranza, entrambi favorevoli a un percorso comune con il Pd per una forza di centrosinistra che dialoghi con il M5s: un cammino iniziato proprio con le Agorà. D’Alema ha lanciato frecciate anche al presidente del consiglio, Mario Draghi: “L’idea che il premier si auto-elegge Capo dello Stato e nomina al suo posto un alto funzionario del ministero dell’economia mi pare non adeguata per un grande Paese democratico come l’Italia, con tutto il rispetto per le persone”. E poi: “Non mi impressiona che abbiamo al governo Draghi, che è una condizione di necessità, ma il tipo di campagna culturale che accompagna questa operazione, sulla necessità di sospendere la democrazia e di affidarsi a un potere altro che altro non è se non il potere della grande finanza internazionale“. Quindi, per D’Alema la scelta del nuovo Presidente della Repubblica deve essere l’occasione per “un ritorno in campo della politica“, con “una soluzione di compromesso che, inevitabilmente, non potrà non coinvolgere un ampio campo”. Anche su questo passaggio, però, è arrivata la replica rabbiosa di Renzi: “D’Alema e il Quirinale hanno storicamente un rapporto complicato. I candidati che D’Alema appoggia vengono puntualmente bruciati dalle visioni di questo statista pugliese che ha una strategia talmente raffinata da fallire puntualmente. In tanti debbono a D’Alema la propria bocciatura: nel 2015 D’Alema appoggiava Amato, nel 2013 Marini, nel 2006 appoggiava se stesso, nel 1999 un candidato dell’allora Ppi. Chiunque sia il candidato di D’Alema perde: non è scaramanzia, ma statistica”.

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